

Foto © Giorgio Benni
TOMASO BINGA

AlphaSymbol, 2021
Tomaso Binga (n. 1931), pseudonimo di Bianca Pucciarelli Menna, nasce come alter ego ironico e provocatorio per denunciare l’esclusione delle donne dal sistema dell’arte negli anni Settanta. Attiva fin dagli anni Sessanta, la sua ricerca unisce scrittura e gesto, parola e corpo, in una riflessione critica e antiretorica sul linguaggio dominante. L’adozione del nome maschile nel 1977, alla Galleria Campo D di Roma, segna un atto simbolico di resistenza ai meccanismi patriarcali dell’arte. Il suo lavoro si oppone alla standardizzazione culturale, facendo dell’ironia uno strumento di sovversione. Nell’opera AlphaSymbol, lettere e segni grafici danno vita a tavole ottico-visuali che richiamano l’arte cinetica e l’Optical Art, ma al tempo stesso scardinano la logica della scrittura, trasformando la parola in immagine, corpo e gesto. Il suo alfabeto visivo diventa così un atto politico che sfida le convenzioni linguistiche, estetiche e sociali, restituendo alla parola e al corpo femminile uno spazio di libertà e autodeterminazione.
All’interno della sezione Radici di resistenza, è esposta anche la poesia visiva Si chiama Guerra, (2003) in cui l’artista attraverso giochi fonetici e slittamenti semantici (gara / tara / bara), evidenzia la guerra come competizione distruttiva che grava sulla terra e sui corpi. La lingua, deformata e ferita, diventa strumento di denuncia contro propaganda, violenza e potere. Scrivere è qui un atto politico: un invito a riscrivere il mondo contro la guerra.