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© Agnese Purgatorio

AGNESE PURGATORIO

Nella Clandestinità, 2014

Agnese Purgatorio (n. 1964), nata a Bari, si definisce da sempre “compresa tra Oriente e Occidente”, una posizione che riflette il cuore della sua ricerca. I temi della migrazione, del nomadismo e dei diritti delle minoranze sono al centro della sua pratica artistica, che si sviluppa a partire dalla fotografia e si estende a linguaggi come il collage, il video, l’installazione e la performance.

La pratica dell’artista si concentra su una riflessione poetica e politica sulla memoria e sull’esperienza collettiva. In Perhaps you can write to me utilizza un linguaggio performativo e fotografico per rappresentare la vita come nomadismo esistenziale, costruendo immagini in bianco e nero sospese e atemporali. Nel video omonimo, in cui l’artista appare legata come Ulisse all’albero maestro di una barca lungo la costa siciliana, il viaggio senza approdo diventa metafora della condizione del migrante, del rifiuto e dell’impossibilità di appartenenza, in un continuo ripartire che trasforma l’erranza in destino.  Allo stesso modo nell’opera Nella Clandestinità, l’artista pone i migranti su una zattera a forma d’Italia, collocandoli ai margini per sottolinearne la condizione di solitudine ed esclusione. A guidarli è una figura femminile incinta, simbolo di futuro e cambiamento. L’opera restituisce un’immagine intensa e simbolica dell’umanità in movimento, rafforzata dall’uso espressivo del bianco e nero. Agnese Purgatorio, proseguendo la riflessione avviata con Perhaps You Can Write To Me, il cui titolo è ispirato all’universo poetico di Emily Dickinson, realizza un’installazione incentrata su una grande buca delle lettere, concepita come dispositivo di relazione e di attesa. Sulle sue superfici sono esposte una serie di cartoline con immagini d’acqua, il Danubio e la Drina, attraversate da due frasi poetiche, scritte a mano dall’artista e appartenenti a registri formali differenti.

La prima «Solo da lontano tutto risplende come una stella» di Desanka Maksimović, allude a una visione idealizzata e distante, evocando lo sguardo del migrante e la tensione verso una possibile luce oltre l’orizzonte. La seconda, «Quello che l’acqua torbida non si porta via», tratta da Ivo Andrić, introduce una riflessione sulla memoria individuale e collettiva, su ciò che resiste al trascorrere del tempo e della storia, anche quando il fiume – reale e simbolico – sembra cancellare ogni traccia. Con questo atto poetico l’artista chiede al pubblico di scegliere una delle due frasi e scrivere la propria impressione sul retro dell’immagine. La scelta di una frase e la scrittura di un pensiero personale attivano un passaggio dalla contemplazione all’azione, facendo della memoria, dell’attesa e della relazione un terreno condiviso.

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