IIC Tokyo
11 Settembre - 22 ottobre 2026
Nato come percorso itinerante in tre tappe, il progetto si è progressivamente allargato configurandosi come uno spazio di riflessione sulle modalità attraverso cui le identità individuali e collettive si costruiscono, si trasformano e si ridefiniscono nel tempo, all’interno di una geografia che da sempre mette in relazione culture, lingue e visioni differenti.

Site-specific
Come nelle precedenti tappe, anche la tappa di Tokyo si arricchisce di interventi pensati per il contesto ospitante. Le opere instaurano un dialogo con la cultura giapponese, facendo del percorso espositivo uno spazio aperto al confronto con il luogo che lo ospita e capace di generare nuove connessioni.
Per questa occasione sono state selezionate delle opere di Elisa Montessori, in particolare dei leporelli che richiamano l'orihon, il tradizionale libro pieghevole giapponese. Affini alla sensibilità estetica giapponese per il tempo dilatato, il vuoto e la contemplazione della natura, i libri di Elisa Montessori si aprono come paesaggi da attraversare, invitando a una lettura che si dispiega lentamente nello spazio e nel tempo.
Accanto a queste opere, Silvia Camporesi presenta una selezione della serie fotografica Atlas Italiae, dedicate ai paesaggi abbandonati e alla visione contemplativa del paesaggio tipica anche della cultura giapponese, dove memoria, silenzio e trasformazione rendono visibile la poesia del tempo che passa.
La tappa di Tokyo ospita inoltre un importante intervento dedicato a Tomaso Binga. Sulla facciata dell'Istituto Italiano di Cultura saranno infatti installate una selezione di poesie visive dell'artista: La mente non ordina (1982), È la donna (1984), Vecchiaia (1984), Perché A = B (1990), Se il pulcino (2001) e Non basta più una conchiglia (2002), quattro delle quali inedite. Scelte per la loro essenzialità e per la loro vicinanza formale alla sintesi poetica dello haiku, le opere saranno accompagnate dalle registrazioni audio della voce dell'artista che le interpreta.
Per la tappa di Tokyo questa sezione si arricchisce inoltre dell'opera di Mariagrazia Pontorno, che riflette sulla vulnerabilità degli ecosistemi e sull'imprevedibilità delle forze naturali, mettendo in discussione l'idea di una natura stabile e pienamente controllabile dall'uomo.
Tomaso Binga
La mente non ordina (1982), È la donna (1984), Vecchiaia (1984), Perché A = B (1990), Se il pulcino (2001) e Non basta più una conchiglia (2002)


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Parola, ritmo e immagine si intrecciano nelle poesie di Tomaso Binga selezionate appositamente per la tappa di Tokyo. Nella loro essenzialità linguistica e nella capacità di condensare immagini e pensiero in pochi versi, le opere instaurano un dialogo con la tradizione degli haiku giapponesi, condividendone l’attenzione per la pausa, il vuoto e la forza evocativa della parola.
Attraverso sperimentazioni linguistiche, visive e sonore, Binga indaga il rapporto tra linguaggio, identità, memoria e trasformazione. Da È la donna, che mette in discussione la presunta neutralità del linguaggio attraverso un cortocircuito tra biologia, grammatica e identità, a La mente non ordina, dove la memoria assume una dimensione fisica e sensoriale; da Perché A = B, in cui la parola diventa materia visiva, fino a Vecchiaia, dedicata allo scorrere del tempo e all’impermanenza.
In Se il pulcino, ritmo, scomposizione grafica e suono interrogano la costruzione del significato, mentre Non basta più una conchiglia parte dal mito occidentale di Venere per riflettere sulla sua trasformazione nel presente. La selezione costruisce così un dialogo tra Mediterraneo e Giappone, mettendo in relazione differenti concezioni della parola, del tempo e della trasformazione.
Elisa Montessori
Emily Dickinson, 2017
libro d’artista, acquarello e china su carta
Senza titolo, 2019
Leporello, acquarello e china su carta
Senza titolo, 2026
3 Leporelli
Courtesy l’artista e Galleria Monitor, Roma, Lisbon Pereto
Per questa tappa della mostra a Tokyo sono stati selezionati 4 leporelli e 1 libro d'artista, nei quali il formato stesso diventa parte integrante del processo creativo. Il foglio piegato a fisarmonica permette infatti all'immagine di svilupparsi come un flusso continuo, senza un inizio e una fine rigidamente definiti, rendendo visibile quel principio di metamorfosi e di trasformazione che attraversa l'intera ricerca dell'artista. Affine all'orihon della tradizione giapponese, questo dispositivo invita a una lettura che si dispiega progressivamente nello spazio e nel tempo, instaurando un dialogo diretto con il contesto culturale che accoglie questa mostra.


Mariagrazia Pontorno
Il cedro dei cieli, 2014
Il Cedro dei Cieli (2014) nasce da un episodio legato all’Orto Botanico di Pisa: nel 1935 un maestoso cedro del Libano, sotto il quale erano soliti riunirsi gli studiosi dell’Università, venne abbattuto da una violenta tempesta. A partire da questo evento, Mariagrazia Pontorno costruisce una narrazione sospesa tra documento storico e immaginazione, restituendo attraverso la tecnologia digitale una nuova vita all’albero scomparso.
Il cedro diventa così simbolo di memoria, trasformazione e fragilità degli ecosistemi, mettendo in discussione l’idea di una natura stabile e pienamente controllabile dall’uomo. Attraverso un linguaggio che unisce precisione tecnologica e dimensione visionaria, l’opera riflette sul rapporto tra passato e presente e sulla capacità delle immagini di conservare e reinventare ciò che non esiste più.
Silvia Camporesi
Atlas Italiae, 2013-2015
L’artista presenta inoltre la serie fotografica Atlas Italiae, dedicata a luoghi fantasma e spazi abbandonati. In questo progetto, l’abbandono assume un significato inedito: le rovine della modernità vengono lasciate deperire lontano dallo sguardo pubblico, poiché l’uomo contemporaneo teme di confrontarsi con la propria mortalità. Nella rovina, la forma è costantemente sottoposta al cambiamento e i suoi confini si ridefiniscono nel tempo attraverso l’azione continua di forze che trasformano questi luoghi in spazi dinamici, aperti al divenire. Camporesi interviene sulle fotografie colorandole a mano e restituendo loro i colori ancora vivi nella sua memoria: i luoghi scoloriti, che hanno perduto la propria identità, vengono così rianimati attraverso gesti lenti e accurati.







